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martedì 24 aprile 2012

Dona rene al capo che la licenzia subito dopo l'intervento

Ha donato un rene per salvare la vita al suo capo. Ricevendo in cambio il licenziamento. E’ la storia di Debbie Stevens, 47 anni, di Long Island, divorziata e madre di due bambini, raccontata oggi dal New York Post.
Debbie accusa Jackie Brucia, 61 anni, il suo capo all’Atlantic Automotive Group, di aver chiaramente sfruttato la sua disponibilità. “Mi ha convocato nel suo ufficio. Mi ha detto che l’unico donatore che aveva trovato non era risultato compatibile, e mi ha chiesto se fossi seria quando, tempo prima, mi ero proposta come alternativa” ha raccontato Stevens. “Io ho risposto: “Si, certo”. Lei era il mio capo, io la rispettavo e poi sono fatta così: non volevo morisse, volevo fare il possibile per salvarla”.
Stevens non era però una donatrice compatibile per il trapianto. I medici, vista la necessità di intervenire al più presto, suggerirono allora che Stevens donasse il suo rene sinistro a un uomo del Missouri: in questo modo, Brucia sarebbe diventata la prima nella lista delle persone in attesa di trapianto, e avrebbe ottenuto il rene da un altro donatore. “Mi sono sentita come se le stessi donando una nuova vita” ha dichiarato Debbie. “Il mio rene è stato donato a un uomo di St.Louis, Missouri, e quello per Brucia è arrivato da un donatore di San Francisco”.
Stevens ha dichiarato come allora non avesse realizzato che la procedura le avrebbe causato seri problemi di salute e dolori atroci. Prima che la convalescenza fosse terminata, a Stevens furono fatte pressioni perchè tornasse immediatamente al lavoro, mentre il suo capo era ancora in convalescenza. Quando, tre giorni dopo essere tornata al lavoro, Stevens si è ammalata, Brucia l’ha chiamata a casa infuriata. “Mi ha chiesto dove fossi e perché non mi trovassi al lavoro. Le ho risposto che non stavo bene e lei mi ha urlato che non potevo andare e venire come mi pare e piace, altrimenti gli altri impiegati avrebbero pensato che le sarebbe stato destinato un trattamento speciale”.
Tornata al lavoro, Brucia avrebbe incominciato a maltrattare Stevens di fronte ai colleghi, rinfacciandole ogni tipo di errore. Gli straordinari non le venivano più conteggiati, e le fu persino cambiata sede. Stevens venne spostata in un ufficio a 80 chilometri da casa, in un quartiere malfamato con un alto tasso di criminalità, chiamato scherzosamente dagli altri colleghi  ”Siberia”. Stevens ha dovuto ricorrere a un aiuto psichiatrico per gli attacchi di angoscia e ha infine deciso di farsi aiutare da un avvocato, mandando una lettera di protesta alla compagnia, che in risposta l’ha subito licenziata.
Brucia non ha risposto a nessuna delle chiamate del ‘New York Post’ e non ha quindi fornito la sua versione dei fatti. Il marito ha però detto a un reporter che le rivendicazioni di Stevens sono “anni luce lontane dalla verità dei fatti: mia moglie non ha licenziato nessuno”. L’avvocato di Stevens, Lenard Leeds, dice di avere in programma di accusare l’intera compagnia di discriminazione, chiedendo milioni di dollari di risarcimento per la sua cliente. Stevens ha tuttavia dichiarato: “Non mi pento di ciò che ho fatto, ridonerei il mio rene: ha salvato la vita di un uomo in Missouri”.


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