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lunedì 9 aprile 2012

L'app che ti avvisa se un tuo amico ha l'HIV







Voi scarichereste un’app di Facebook che vi avvisa sui rischi da infezione di malattie sessualmente trasmissibili, MST, solo basandosi sugli status dei vostri amici? Secondo il professor Leone potrebbe essere molto utile: e secondo voi?




Salon ci parla della possibilità che in futuro i social networl possano diventare uno strumento per contenere l’espansione delle MST. Peter Leone, professore di medicina all’università della Carolina del Nord ha sottolineato la necessità di studiare degli strumenti legati al mondo dei social network per mettere sull’attenti giovani e attempati così da sensibilizzare le persone.
Le persone comprese nella stessa cerchia sociale spesso dormono tra di loro e corrono il rischio d’incappare nel contagio, anche a loro insaputa. Per questo motivo bisogna incentivare secondo Leone questo tipo di approccio, ovvero puntare il dito sui rischi di una condivisione non opportuamente valutata. Per affermare la sua teoria, Leone ha citato l’esempio dell’esplosione dei casi di sifilide in North Carolina, scoppiata appunto a causa di una serie di rapporti tra persone della stessa cerchia che hanno portato a un’esplosione dei casi di questa malattia.
Il gioco starebbe quindi nel contattare le persone appartenenti a una determinata cerchia sociale sul contagio con l’HIV o con qualche altra malattia di un nostro amico o congiunto e che sarebbe il caso di farsi controllare per capire se si è stati contagiati. Leone sembra convinto della sua posizione, sostenendo che si tratti del futuro “L’approccio tradizionale spesso non ha funzionato, e questo è il futuro. Non solo per l’HIV, ma anche per la gonorrea”.
Qualcuno ha parlato di privacy? Esatto. Come sarebbe gestibile la questione MST rapportata a questo campo? James Fowler, professore di medicina genetica all’Università della California ha aiutato a sviluppare un’app che basandosi sugli aggiornamenti di status aiuta le persone a prevenire l’infulenza segnalando chi ne è stato affetto.  La difficoltà sta nel fatto che la gente può anche ammettere di avere l’influenza, mentre la questione si fa parecchio più pelosa se si parla di malattie sessualmente trasmissibili.
Purtroppo, come confermato da Fowler, è difficile convincere la gente a cambiare i propri atteggiamenti. “Un conto è mandare messaggi, un conto è cambiare comportamenti”. In genere le persone postano un giorno sì e l’altro pure dei messaggi del tipo “indossate i profilattici”, ma nella vita privata non lo fanno. Bisognerebbe stimolare la gente a cambiare, oltre che a postare sui propri profili messaggi di prevenzione, così da creare un circolo vizioso. Almeno per garantirsi la salute, prima ancora che per fare bella figura. Insomma, forse un’app non cambia la vita. Forse siamo noi, a doverlo fare. Se ci vogliamo bene.

 

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